10 motivi per….

10 perché NON HO Più SCRITTO IL BLOG

neuroni

  1. Perché internet è pieno di 10 modi per essere felice, 10 modi per non rovinarsi la vita, 10 modi per stare bene insieme, 10 modi per stare bene da soli, 10 modi per crescere bambini resilienti, dieci modi per far funzionare una coppia e…non finisco più
  2. La psiche umana è tanto complessa, e lo abbiamo capito tutti…ma solo qualcuno pensa di poter trovare una soluzione individuale nella soluzione collettiva
  3. Mi sono occupata di altro
  4. È difficile poter dire la mia, quando è pieno di gente che dice la sua….parlo piano
  5. Vorrei donare qualcosa di nuovo su cui riflettere, ma siamo frastornati da continue informazioni che non ci rendono facile pensare
  6. Mi domando se sia giusto ridurre la mente umana in parole
  7. Vorrei partire da esempi pratici che facilitino la vita…e in questi anni mi sono soprattutto esercitata
  8. Ho trovato immagini più esemplificatrici di parole
  9. Ho trovato suoni più evocatori di parole
  10. Ritengo i miei lettori intelligenti ed esigenti, curiosi di parole nuove che stimolino un certo grado di creatività.

p.s. l’immagine che ho allegato è tratta da questo interessasnte articolo (ahimè, in inglese) : https://www.nytimes.com/2017/02/17/science/santiago-ramon-y-cajal-beautiful-brain.html?smid=fb-nytimes&smtyp=cur&_r=1

PPS: avete argomenti da proporre? sarò felice di dirvi la mia…

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PALLE DI NATALE

La palla più grande spacciata per le feste natalizie è quella che siamo tutti più buoni…poi c’è l’obbligo della felicità, o almeno della serenità, il benessere in famiglia e via dicendo.

palle

Eppure, durante le feste, i disagi psicologici aumentano di circa il 20%, spesso l’auspicato benessere è minacciato come minimo dallo stress dei regali, dalla sensazione di essere soli in mezzo alla gente, fino ad arrivare a veri e propri stati di angoscia, a volte anche per recrudescenze del dolore per la perdita di qualche persona cara.

L’unica cosa che mi sembra piuttosto vera è che a Natale torniamo un po’ tutti bambini e, in questo stato di regressione alimentata dai messaggi consumistici che ci promettono la gioia di un bel regalo o una buona mangiata e dalle lucine colorate che ci circondano, siamo condizionati da aspettative arcaiche che, spesso, invece di bendisporci, rinnovano le nostre disillusioni.

Inoltre, l’approssimarsi della fine dell’anno, ci spinge spesso a una rivisitazione di successi e insuccessi che non è sempre facile da gestire.

Ma noi siamo adulti, e possiamo confrontarci meglio con i sogni di un “magico Natale”, sapendo bene, ormai, che quello che ci è concesso, per i più fortunati, è di renderlo noi stessi magico, a uso e consumo di chi, bambino, lo è davvero. Se riusciamo a godere di questo, del fatto di renderlo allegro per coloro che ci sono vicino, soprattutto per i bambini, allora sarà un “buon” Natale, una festa “comandata”, come tante altre feste, da condividere secondo le tradizioni.

Se non ci riusciamo, non facciamocene un cruccio, né una colpa, ma sforziamoci di ascoltarci per capire cosa vogliamo davvero.

Riuscire ad ascoltarsi non è sempre facile, ma sicuramente ci sono dei suggerimenti da cui possiamo partire:

  • Trovare uno spazio e un tempo nella giornata per fare silenzio intorno e dentro di noi
  • Accogliere i pensieri che ci attraversano la mente, senza giudizi o valutazioni
  • Prestare attenzione alle sensazioni corporee e ai sentimenti che accompagnano tali pensieri
  • Cercare di fare una distinzione onesta tra quelli che sono i nostri desideri e quelli che assomigliano di più ad aspettative altrui 

Basta poco per entrare in contatto con i nostri veri bisogni, e questo è un presupposto essenziale per riuscire a fare le scelte più giuste per noi e per trovare dei compromessi che non ci logorino nell’alternarsi di scontentezza e sensi di colpa. In questo modo potremmo decidere di passare un pranzo in compagnia o un pomeriggio in solitudine, di partecipare a un megafestone o trascorrere una serata tranquilla, con maggiore libertà. C’è anche un effetto collaterale, che potrebbe sorprenderci a scoprire che troviamo interessante e piacevole stare con gli altri: se impariamo ad ascoltare davvero noi stessi diventiamo migliori ascoltatori dell’altro.

L’altruismo è la tecnica più divertente per insegnare all’egoista che è in noi ad accettare la realtà.

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Narcisismo

narciso_butter-end-eggsL’organizzazione narcisistica della personalità, è presente in ciascuno di noi; essa nasce dal bisogno dell’Io di difendersi dalle umiliazioni, prevaricazioni, rifiuti, che ciascuno di noi fronteggia sin da bambino. Inoltre, la cultura in cui viviamo lo asseconda, proponendo modelli di realizzazione personale basata sul potere, sullo status sociale e sulla superficialità dell’aspetto esteriore.

A volte, per difendere l’integrità della nostra individualità, ognuno di noi sente il bisogno di far valere le proprie ragioni nei confronti di un ambiente percepito come distante, diverso, ingiusto. Questo è un comportamento narcisista, che ci preclude la possibilità di accostarci senza giudizio e con umiltà a una realtà differente dalla nostra e, come tale, potenzialmente arricchente. Ma è anche un comportamento prettamente umano.

La personalità narcisista, invece, si costruisce su un reiterarsi di comportamenti egosintonici che si strutturano nel tempo per creare una barriera costante tra l’Io e la realtà esterna.

Per evitare paroloni da manuale, le caratteristiche più evidenti di una persona narcisista sono:

  • Opportunismo: gli altri sono oggetti da manipolare e sfruttare per soddisfare i propri bisogni e desideri.
  • Pigrizia:  non occorre dimostrare il proprio valore, perché il mondo deve accorgersi di quanto valiamo.
  • Grandiosità: gli altri devono riconoscere che siamo speciali, per questo non dobbiamo osservare le comuni regole di convivenza.
  • Disimpegno: tutto ci è dovuto, per cui è valida la regola del minor sforzo (gratificazione immediata, piaceri facili, piaceri orali). 

Mentre la maggior parte di noi è in grado di rendersi conto che questi comportamenti possono ferire chi ci sta intorno, per il narcisista è assolutamente irrilevante che gli altri possano subirne le conseguenze.

Questo succede perché la personalità narcisista è quella di un individuo molto fragile, che nasconde sotto la maschera dell’onnipotenza la profonda sensazione di essersi sentito inadeguato, rifiutato, non amato. Per non rivivere più i forti sentimenti di annientamento sperimentatati in passato, egli, seppure inconsciamente, ha vietato a se stesso in modo definitivo di prendere in considerazione la realtà dell’altro. Egli disprezza i sentimenti degli altri, perché disprezza i suoi stessi sentimenti, l’angoscia e la depressione che non vuole rivivere mai più. 

Attenzione, però, nel caso in cui ci troviamo “vittime” di una personalità narcisistica! Dicendo a noi stessi di esserci comportati nel modo migliore, sentendoci trattati ingiustamente, quando in realtà eravamo spinti dalle migliori intenzioni, non facciamo altro che alimentare anche noi il nostro atteggiamento narcisistico.

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LO SGUARDO DI MEDUSA

la-polvere-sotto-il-tappeto-T-sNGWNoUn consiglio che si sente molto spesso, sia in contesti prettamente terapeutici, sia in quelli spirituali – terapeutici anch’essi – è quello di stare con la propria solitudine; ascoltare e guardare il vuoto ignorato che custodiamo nel nostro profondo.

Mi accorgo che molte persone pensano di farlo, guardando il soffitto e/o stordendosi nel frattempo con pseudo metodi anti–ansia, e che, invece, passano il tempo a rimuginare foschi pensieri.
Questo non significa “stare col vuoto”, ma stare con l’ansia, l’angoscia e il dolore che tale vuoto ci provoca. È molto difficile superare queste emozioni e andare oltre; spesso, nel tentativo di guardare in faccia le nostre paure, vi rimaniamo impantanati e corriamo il rischio di incorrere nell’isolamento e la depressione.

Se davvero pensiamo che sia giunto il momento di scoperchiare la voragine – perché è da troppo tempo che stiamo male, perché ci sentiamo frustrati o semplicemente perché vogliamo cambiare o per qualsiasi altro motivo- facciamolo pure. Ma non rimaniamo con gli occhi fissi nel buco nero troppo a lungo, spezziamo il silenzio, troviamo una piccola occupazione, chiamiamo un amico. Diamo tempo al tempo, non pretendiamo di affrontare “tutto e subito” quello che abbiamo tenuto nascosto per anni. La risposta arriverà.

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INCIUCI, PETTEGOLEZZI E COMUNITA’

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Chi non ha mai spettegolato su una conoscenza in comune? Chi non si è alleato per far fronte al nemico, al diverso, allo sconosciuto? Forse qualcuno c’è, e può scagliare la prima pietra. Ma credo che questo qualcuno sia estremamente solo. L’inciucio diventa una parola brutta quando è associato alla ricerca del potere personale o di pochi. Il pettegolezzo diventa spiacevole quando si muta in malalingua. Se questi concetti vengono presi con leggerezza, invece, possono anche risultare divertenti. Essi nascono dalla necessità dell’individuo di sentirsi parte della comunità, alleggerendo la minaccia, atavica e sempre moderna, dell’Estraneo. Una comunità che accoglie, che integra, che protegge e difende quella piccola, seppur ineguagliabile, parte… che siamo noi. La nostra identità si basa anche su quello da cui veniamo, a cui apparteniamo: sono italiano, ho questo cognome, lavoro in questa società. Se, a volte, per consolidarla, abbiamo bisogno di delineare la differenza tra Noi e gli Altri, questo è naturale e a volte auspicabile. Noi, con le nostre debolezze, noi con le nostre paure, le nostre follie e idiosincrasie, siamo simili al resto del gruppo e questo ci consola, ci dà forza, una forza che spesso dobbiamo attingere “sparlando” dei difetti degli altri, anche se in fin dei conti non sono così diversi dai nostri. A volte, l’eccessiva attenzione a una facciata di correttezza e integrità, ci priva di quegli aspetti così meschini, nel senso di deboli, ma così simpatici, che rendono più colorata la nostra umanità. Io “sono” anche perché “appartengo”.

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TORRE DI BABELE 2 (m’ama o non m’ama?)

Se ormai sembra scontato che esiste anche un linguaggio paraverbale da prendere in considerazione, grazie anche a telefilm e libri gialli che vedono sempre più spesso la comparsa di esperti del linguaggio non verbale, per scoprire l’assassino, forse non tutti sanno della potenziale pericolosità della discrepanza tra messaggio verbale e messaggio paraverbale.

torre-babeleIn ogni comunicazione, infatti, possiamo cogliere un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione. Nella vita di tutti i giorni ci troviamo spesso a cogliere i contrassegni non verbali di un messaggio, in modo tale da comprendere se questo ci sia rivolto in modo amichevole o conflittuale, serio o scherzoso, pericoloso o innocuo, autentico o ambiguo. Se un padre che vuole insegnare a suo figlio ad essere coraggioso gli dice, durante una passeggiata “non avere paura di quel cane, è tranquillo e non può farti niente”, ma intanto il bimbo può sentire la stretta della sua mano cambiare impercettibilmente e può vedere il padre irrigidirsi, avrà paura o no? Se la mamma, che torna a casa stanca e con la spesa chiede alla figlia di salutarla perché le vuole tanto bene, e quando lei si avvicina per abbracciarla si sposta per mettere a posto i sacchetti, la figlia si sentirà benvoluta o rifiutata? Se una ragazza si sente dire dal suo fidanzato “certo che ti amo, sei l’unica per me” mentre lui segue con lo sguardo la bella minigonna che passa davanti, lei si sentirà davvero amata? Questi sono esempi banali di quotidianietà; cose del genere capitano a chiunque e spesso si rivelano innocue perché vengono recuperate da altri gesti o spiegazioni che ci tolgono dalla difficoltà di interpretare il segnale. Ma proviamo a pensare al caso in cui il modo di comunicare è sempre questo; la bambina dell’esempio precedente si troverà spesso in situazioni in cui dover scegliere se la madre è “cattiva” perché si è allontanata o se è lei ad esserlo, perché ha provato rabbia verso la sua mamma tanto buona che le dice spesso quanto le vuole bene, anche se poi schiva i suoi abbracci. Nel corso delle nostre relazioni, soprattutto di quelle più importanti, noi costruiamo la nostra identità: in base al tipo di risposta che abbiamo di fronte a ciò che comunichiamo, noi confermiamo o meno ciò che siamo. Nel caso di una persona estremamente attenta e sensibile ai connotati non verbali di un messaggio, la confusione dovuta all’ambivalenza della propria reazione emotiva, come nei casi precedenti, è in grado di minare profondamente la sua capacità di padroneggiare il suo rapporto con gli altri, con se stesso e con la realtà.

Sono queste persone sensibili che spesso si trovano ad affrontare periodi di forte malessere, persone che probabilmente sono cresciute con messaggi ambigui, spesso incomprensibili, e che non hanno favorito la costruzione di un senso di identità sufficientemente stabile per poterle sostenere nei momenti più difficili.

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LA TORRE DI BABELE

La difficoltà di comunicare davvero. Comunicare a gesti. Comunicare a parole. Comunicare con tutte le risorse a noi disponibili, con le immagini, con i suoni, con la materia, con la telepatia. Molti dei nostri sforzi sembrano volti a questo, le persone più sensibili le provano tutte.

Eppure, a volte, sembra di essere in smile-e1341567496632una torre di babele, in cui noi tentiamo di comunicare qualcosa con tutte le buone intenzioni, e, se siamo fortunati, quello/a che l’ha capita meglio, non l’ha, comunque, capita tutta, o capita bene. Oppure siamo certi di aver compreso ciò che ci sta comunicando chi ci sta davanti…invece, non avevamo capito così come credevamo!

Ci illudiamo che parlare la stessa lingua, lo stesso dialetto, il medesimo idioma familiare, possa bastare. E poi scopriamo che, in fin dei conti, non è proprio così.

Questo accade perché noi comunichiamo a più livelli. Le parole comunicano. I gesti comunicano. La nostra posizione rispetto all’altro/a comunicano. Il nostro modo di guardare comunica. La postura del corpo comunica. L’inflessione della voce comunica. Il tono. Il volume. Forse sto dimenticando ancora qualcosa.

Come si può tenere sotto controllo tutta questa serie di cose? Io credo che non si possa. A meno che, tutte insieme, non comunichino la stessa cosa. Ma è molto difficile per un sistema complesso, qual è l’essere umano.

Pubblicato in alcolismo, angoscia, appartenenza, comunicazione, dipendenza, gruppo, Noemi Castorina, Senza categoria, teatro, terapeutico, tossicodipendenza, viaggio | 3 commenti

Quella fretta di star bene che ci fa stare male

Nel mio lavoro, ma anche nei miei rapporti personali, mi trovo spesso a confrontarmi con persone che volentieri si tolgono la maschera. Persone apparentemente solari, sorridenti e attive, con cui mi ritrovo a condividere un vissuto personale di forte malessere e profonda solitudine, anche se, nella realtà dei fatti, sole non sono. Ascoltandole mi accorgo di quanto dolore nascondano dietro a quel contagioso sorriso che usano, in maniera a parer mio molto saggia, per procurarsi quella vicinanza dell’ altro, di cui sentiamo tutti il bisogno.

La maschera sorridente, che loro per primi criticano, è funzionale a non isolarsi del tutto, a dimenticarsi per un po’ quello che li tormenta e che ritrovano spesso la sera, al momento – speriamo – di addormentarsi. Non mi sento di demonizzare quella maschera, anche se credo di averlo fatto a lungo, credendo di preferire i “musoni”, perché più coerenti, alle persone sempre allegre. Per cui, ribadisco, il sorriso, anche se falso, funziona.

Ricerche scientifiche hanno dimostrato che il semplice fatto di tenere tra i denti una matita, atteggiando in questo modo i muscoli del viso alla stessa morfologia del sorriso, comporta una serie di modificazioni psicofisiologiche e produce uno stimolo a livello ormonale che muta il nostro atteggiamento interiore da imbronciato a benevolo.

Questo vuol dire che sorridendo, oltre ad avvicinare gli altri, facciamo del bene anche a noi stessi.

La situazione si complica quando questa “maschera”, non è più qualcosa che scegliamo di indossare a seconda dei momenti che ci troviamo ad affrontare con gli altri, ma l’unica possibile. Allora diventa una prigione, la famosa “maschera di ferro” dietro la quale urla un ergastolano disperato.

Ognuno di noi ha bisogno di vivere e sperimentare il proprio dolore, ma, soprattutto, di condividerlo. Molti di noi, invece, si ritrovano intrappolati nell’illusione che continuando a sorridere passerà e, purtroppo, ad aspettare che passi e, constatando che non passa, a domandarsi ogni giorno quando passerà, cosicchè l’attesa diventa fretta e la fretta, tormento.

È importante che questo dolore, che sia dovuto a un brutto voto a scuola, a un cuore infranto, a un lutto o a una malattia, sia comunicato, sia accolto da qualcuno pronto a cullarlo per un po’ e a restituircelo con dolcezza, quando si sia calmato. Per cui ascoltiamoci, gente, guardiamoci. Diamoci la possibilità di toglierci la maschera per poter arrivare a condividere una vera risata di cuore.

Pubblicato in angoscia, ansia, appartenenza, depressione, lutto, psicologia, psicoterapia, separazione, teatro, terapeutico | 2 commenti

Settembre 2012

Settembre 2012.

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